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"Mi sono sentito chiamato per nome" Dalla Diocesi

"Mi sono sentito chiamato per nome"

Omelia della Santa Messa del Giubileo del Cardinale Sepe

Anniversari 50° Sacerdozio – 25° Episcopato
26 aprile 2017
Cattedrale
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Cari Amici,
Desidero innanzitutto porgere un cordiale saluto a tutti voi che partecipate a questa celebrazione eucaristica per ricordare e ringraziare, con me, il Signore per i 50 anni della mia Ordinazione Sacerdotale e i 25 di ordinazione episcopale: al Signore della storia ogni onore e gloria!
In particolare, saluto e ringrazio il caro Cardinale Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione per il Clero; il Vice Gerente della Diocesi di Roma, mons. Filippo Iannone; gli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi della Regione Ecclesiastica Campana, tutte le illustri Autorità civili e militari; i Professori Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo, rispettivamente Fondatore e Presidente della Comunità di Sant’Egidio; i rappresentanti delle diverse Chiese cristiane; parenti ed amici, venuti da Carinaro, mio paese natale, e da Castel Giuliano-Bracciano(Roma) dove ho svolto per alcuni anni attività pastorale.
Un grazie speciale a Papa Francesco per la bella lettera autografa inviatami per l’occasione. Un sincero abbraccio e un sentito ringraziamento a voi, cari Vescovi Ausiliari, a voi Sacerdoti, Diaconi, Religiosi/e, Seminaristi, ai collaboratori della Curia, ai fedeli laici e al Comitato, costituito per organizzare questo evento giubilare.
“Io sono il buon Pastore Il buon pastore dà la sua vita per le pecore”. Da questa autodefinizione di Gesù emerge con grande risalto un’immagine, che oggi sembra quasi scomparsa dalla nostra esperienza, ma che è molto presente e ricca di significati nella cultura biblica. Dio stesso si presenta ripetutamente come pastore del suo popolo, che difende, protegge e conduce sui sentieri della vita.
Gesù, Dio Incarnato, si presenta come il “buon pastore”, anzi come il “bel pastore”, secondo l’esatta versione del testo. Egli non usa le pecore per un proprio tornaconto, ma si dedica totalmente ad esse, fino a dare – paradossalmente - anche la vita per loro. Si tratta di un’immagine di commovente delicatezza. Così conosce le sue pecore intimamente, una per una, e le chiama ciascuna per nome.
Anch’io ho accolto quella voce; anch’io mi sono sentito chiamato per nome; ho sentito il mio nome pronunziato da Lui, con un accento unico, inconfondibile. Una chiamata seducente; alla quale non mi sono saputo sottrarre. È per seguire quella voce che ho lasciato la mia famiglia, il mio paese natale, i miei campi. A quella voce tutta la mia vita è rimasta legata, divenendo il criterio delle mie scelte.
Gesù il buon pastore non ama gli steccati chiusi, ma gli spazi aperti, la libertà dei pascoli. Cammina davanti alle pecore e apre nuovi orizzonti, sconvolgendo i nostri miopi progetti. Così, seguendo Lui, mi sono trovato in posti dove mai avrei pensato di arrivare. Dopo gli anni di studio e di insegnamento a Roma, mi sono trovato catapultato in Brasile a servizio della Chiesa, al servizio degli ultimi. Ho ancora vivi nella mente i volti e le storie di tanti che abitavano nella “favela Guarà dois”, all’estrema periferia di Brasilia, dove accanto ai poveri ho lasciato un pezzo del mio cuore.
Gesù, il Signore della nostra vita, non è un pastore di retroguardia; non abita il passato; ama il futuro. Per incontrarlo, non serve girarsi indietro e cercarlo nelle pagine impolverate della nostra memoria. Bisogna avere gli occhi aperti ai segni dei tempi e a tutto ciò che si realizza nella nostra vita. Il nostro Dio è il Dio delle promesse perché è Dio del futuro, della speranza.
A chi lo segue, Gesù promette abbondanza di pascolo e di vita: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Con immensa fiducia in queste parole del mio Pastore buono e fedele, undici anni fa, dopo aver lavorato con entusiasmo e fedeltà a servizio dei Sommi Pontefici e, in particolare, del grande santo Giovanni Paolo II, sono giunto qui a Napoli, attraversando le porte della periferia, baciando la terra di Scampia. Qui, a Napoli ho trovato una Diocesi fantastica, straordinaria, pur tra mille contraddizioni; terra, dove il fuoco brucia nelle caverne del Vulcano e accende il temperamento dei suoi abitanti; popolo ricco di storia, di arte, di cultura, animato da profonda e ricca religiosità, appassionato della Madonna, di S. Gennaro e dei Santi che hanno caratterizzato la sua vicenda storica.
A contatto con voi, cari amici, e sull’esempio di Gesù, ho cercato di aprire le porte della nostra Chiesa, che si è fatta carico delle attese e delle aspettative dei bambini, dei giovani, degli anziani, dei poveri allo scopo di contribuire alla crescita religiosa e sociale di tutta la nostra cittadinanza.
È nata, così, soprattutto a partire dal Giubileo speciale del 2011, una gara di solidarietà che ha accomunato credenti e non credenti, istituzioni e singoli cittadini, tutti motivati dal desiderio di dare una mano alla causa comune e, soprattutto, abbiamo intrapreso la strada della carità, con lo sguardo rivolto agli ultimi, ai più deboli, ai piccoli e, con ferma determinazione, contro il grave cancro della malavita, che coinvolge purtroppo tanti giovani e che offende l’immagine di Napoli e dei territori della Diocesi.
Gesù non è solo il pastore, ma, come abbiamo letto nel Vangelo, è anche la porta che ci immette nella terra della libertà; è la soglia spalancata sulla vita, sull’amore, sulla solidarietà e sulla fraternità. Egli è l’ingresso in una terra dove ogni uomo, soprattutto il più povero ed emarginato, può placare la sua fame e sete di giustizia e di pace. È questa la vocazione di Dio e la vocazione dell’uomo. È la vocazione anche del sacerdote e del Vescovo. Tutti siamo chiamati a diventare, anche se in modo diverso, pastori di vita; ognuno può essere nel mondo, nella propria famiglia, nella nostra comunità, un donatore di vita, che è amore, gioia, libertà, amicizia.
Verso questo futuro siamo tutti incamminati, passo dopo passo, con l’aiuto di Dio, pastore della storia e delle nostre vite. Verso di esso, facciamoci condurre da Maria, Madre del bel Pastore e Madre nostra. Lei, che conosce le difficoltà e i pericoli del nostro camminare, ci doni un cuore forte e generoso, pronto a donarsi agli altri, consapevole che, come il buon pastore, vince davvero solo chi perde per amore.
Ancora grazie a tutti
Dio vi benedica e
‘A Maronna v’accumpagna